La disgiunzione tra il comportamento realmente tenuto e la nascita del senso di colpa, l’assenza di necessità del legame tra i due, rende possibile trasformare gli innocenti in colpevoli raccontando ad essi la storia vera di una colpa falsa, processo noto col nome di ‘colpevolizzazione’. Se posso essere reso colpevole a prescindere dai miei atti allora sono nelle condizioni sia di autoincolparmi sia di venire incolpato senza alcuna connessione con cause quanto si vuole remote nel tempo e nello spazio. La mia colpa può così venire dall’altro capo del mondo e scavalcare le generazioni.
Colpevolizzare è costruire una storia che parli dei danni che il colpito ha inflitto ai consimili e presentare davanti a lui questo racconto con la maggior frequenza possibile, arricchito di ogni sorta di dettagli, di connessioni, di prove, di documenti, con il fine di creare o mantenere una posizione di potere su di lui e di imporgli i nostri scopi.20 Si tratta di costruire una storia del reale, del possibile e del verosimile che descriva come gravissime, ma al tempo stesso indeterminabili, le responsabilità di colui che si vuole colpire. Tutte le conoscenze scientifiche ed ogni branca del sapere possono e devono divenire strumento di quell’arte che consiste nel costruire scenari del Passato, dell’Altrove e dell’Attuale, tali da rappresentare e dimostrare al colpevole l’incontrovertibilità della sua colpa. Questo è il principale contenuto della GNF.
Perché un simile processo possa produrre i suoi effetti è ragionevole congetturare che in tale direzione esista una predisposizione naturale, filogenetica e infatti già Charles Darwin ne intravide la fonte.21 Le sole condizioni richieste sono che questi scenari appaiano verosimili e che si percepisca nel colpevolizzatore il solo intento di dire la verità, di raccontare la vera storia, che non traspaia mai il fatto che si tratta di una strategia di manipolazione perciò egli non deve far trasparire che le sue parole e i suoi atteggiamenti sono manovre strumentali, deve simulare la sua buona fede e l’assenza di secondi fini. Meglio ancora se egli stesso è ignaro di ciò che sta facendo, giacché in questo modo non vi è pericolo che si tradisca, perché la colpevolizzazione ha questo di brutto, che quando viene svelata si ritorce immediatamente contro il colpevolizzatore. Di qui la necessità per il femminismo di negare risolutamente che un simile processo sia in corso e che anzi rappresenti uno degli strumenti più importanti nel conflitto tra i sessi. Se manipolare significa costruire scenari tali da indurre gli altri a comportamenti che ci sono utili, tendere loro delle trappole, allora la colpevolizzazione non è altro che un caso particolare di quella manipolazione di cui tradizionalmente le donne sono ritenute maestre e la colpevolizzazione dei maschi occidentali una manipolazione totale praticata su scala bicontinentale.
Il processo di colpevolizzazione antimaschile deve essere nascosto agli altri e negato di fronte a se stesse per impedire agli uomini di percepire la strategia che lo sottende e tutta la sua straordinaria potenza. In quelle occasioni nelle quali i maschi avvertono, seppur vagamente, e denunciano quelle strategie, subito, sdegnate, le donne giurano che una simile cosa non è nelle loro intenzioni. Ma il processo richiede appunto che chi lo pratica ignori di praticarlo, che ne sia del tutto incosciente perché solo così produce i suoi massimi effetti. D’altra parte gli stessi uomini, posti di fronte all’evidenza del fenomeno, non se la sentono di attribuire al genere femminile la volontà aperta di agire così subdolamente ai loro danni, e non senza ragione, dal momento che le donne stesse non hanno coscienza di ciò che accade. Gli uomini, cavallerescamente, applicano qui il principio secondo cui dove non vi è volontà di nuocere non vi è piena responsabilità e perciò non si deve accusare il genere femminile di un simile cinico gioco. Ingenuità autolesionista senza pari giacché la colpevolizzazione produce i suoi effetti a prescindere dalle intenzioni consce della colpevolizzatrice come a prescindere dal fatto che il colpito se ne avveda. Se noi interrogassimo quel ragazzo alla “Grande Muraglia” egli non sarebbe in grado di correlare il suo silenzio a quel processo di male-bashing (pestaggio morale antimaschile) che ha subìto sin dalla nascita e che in quel momento le sue amiche stanno trasformando in diluvio. Tace ma non conosce la causa del suo silenzio.
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