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2.6.7 Il passato che verrà

Uno storico russo, del quale non ricordo il nome, intervistato all’epoca dei mutamenti che seguirono la fine dell’Urss, a domanda rispose: “Sì, la situazione attuale muta assai rapidamente, ma non è nulla a paragone della velocità con la quale sta cambiando il passato”. Il passato è il racconto che ha lo scopo di soddisfare i bisogni dei suoi creatori i quali non costruiranno una storia che li danneggi e li indebolisca ma quella dalla quale possano trarre innocenza e valore, che sia fonte di Senso. Diventa allora agevole prefigurare quali saranno i caratteri della storia che il femminismo elaborerà, quali i fatti che la storiografia femminista farà emergere dal passato e quali invece non potrà trovare. 

Non potrà trovare alcun dato storico che parli del male che gli uomini hanno subìto dalle donne, né del bene che hanno prodotto né di quello che non hanno potuto produrre. Troverà invece una sterminata quantità di dati che parleranno del male che i maschi hanno prodotto e del bene che non hanno voluto realizzare, e specularmente, del bene che le donne hanno procurato e di quello che avrebbero creato se fosse stato loro concesso. Parlerà della colpa degli uomini e dell’innocenza delle donne, del disvalore maschile e del valore femminile, della dignità dell’una e della meschinità dell’altro, dell’utilità delle prime e dell’inutilità dei secondi. Non può fare altrimenti. Tutte le risultanze storiche della ricerca femminista sono così prevedibili che non solo non abbiamo bisogno di leggere la storia che verrà creata ma siamo in grado di scriverla noi stessi, quel che ci manca sono solo i dettagli. La storia femminista sarà la storia dell’innocenza, dell’onore e del Senso femminile e perciò della colpa, del disonore e dell’Insenso maschili. Sarà questo oppure non sarà.

Scriviamo dunque un paragrafo di quel Passato che verrà costruito nel prossimo futuro e che entrerà nei libri di testo dei nostri nipoti. Interessandosi alla Cultura della Ceramica a Cordicella (Neolitico dell’Europa centrale e del nord Italia, quarto millennio a. C.), la paleoetnografia femminista si occuperà, tra l’altro, dell’usura subita dai manici delle anfore usate dalle donne. Dal grado e dal tipo di usura si risalirà alla quantificazione del lavoro femminile aggiuntivo dovuto alla inadeguata conformazione del manufatto. Detta forma dovrà la sua inidoneità, rispetto alla dimensione media della mano femminile, a motivi culturali, vuoi perché le anfore venissero lavorate dagli uomini a loro misura, vuoi perché la cultura a dominio maschile imponesse alle donne la fabbricazione dei manici in quella foggia del tutto inadatta alla loro mano, come l’usura anomala comprova. In entrambi i casi si risalirà al principio culturale della “presunzione della oggettività universale del maschile” ed al superiore lavoro imposto alle donne dalla sua applicazione, nonché, di seguito, a tutte le inevitabili conseguenze ed implicazioni (materiali e psicologiche) di quel principio e dei suoi effetti. Le risultanze di questo studio, corredato da osservazioni di medici, di esperti in ergonomia e in paleoeconomia, figureranno dapprima sui trattati universitari e successivamente sui libri di testo, faranno quindi saltuariamente la loro apparizione su qualche rivista, nelle pagine scientifiche dei quotidiani ed infine entreranno nel novero dei fatti inconfutabili (la verità storica) citati quotidianamente sino ad essere ricordati al nipote di quel muto ragazzo che abbiamo lasciato ai tavoli della “Grande Muraglia”. 

Ho riflettuto sull’opportunità di togliere da queste pagine le righe precedenti perché quella piccola profezia suona (inevitabilmente) sofistica e capziosa, del tutto inverosimile, ho però deciso di conservarle il giorno in cui mi è stato segnalato il seguente fatto. Durante una trasmissione radiofonica serale dedicata ai ritrovamenti di Çatal Hüyük (primo insediamento del neolitico in Anatolia) una paleopatologa fondò la dimostrazione dello stato di asservimento delle donne sin da quell’epoca sulla base dei seguenti riscontri: un frammento di articolazione di un alluce femminile che presentava una particolare deformazione e uno di rotula maschile che evidenziava un’usura localizzata del tutto inconsueta; due diverse anomalie entrambe esito di una ben individuabile cultura, di ben precisi rapporti tra i sessi. Dal primo elemento dedusse che le donne erano schiave, costrette a passare la vita piegate in due a frantumare granaglie, dal secondo che gli uomini se la spassavano trascorrendo senz’altro il loro tempo appoggiati sulle ginocchia a riposare.

Quella paleopatologa ignora che proprio la civiltà di Çatal Hüyük rappresenta insigne esempio di cultura matriarcale.i

i Rubrica radiofonica ‘Sfera’ del 14.03.2003. Segnalazione di Lorenzo Raveggi. La civiltà di Çatal Hüyük viene indicata come caso esemplare di cultura matriarcale in P. Mottana e N. Lucatelli, L’anima e il selvatico, op. cit, p. 117.

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